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Auschwitz Birkenau



il lavoro rende liberi auschwitz

Da domani sarà triste, da domani.
Ma oggi sarò contento.
A che serve essere tristi, a che serve.
Perché soffia un vento cattivo?
Perché dovrei dolermi, oggi, del domani.
Forse il domani sarà buono, forse il domani sarà chiaro.
Forse domani splenderà ancora il sole.
E non vi sarà ragione di tristezza.
Da domani, sarò triste, da domani.
Ma oggi, oggi sarò contento.
E ogni amaro giorno dirò,
da domani sarò triste.
Da domani.
Oggi no.

Anonimo

Birkenau


Questa foto è stata scattata a Birkenau, comunemente noto come campo di concentramento di Auschwitz II, quello in cui arrivava il treno


Birkenau è soltanto il nome adattato al tedesco della cittadina di Brzezinka, situata a circa 3 km dal campo di Auschwitz I. Anche Auschwitz è un nome tedesco, in realtà la cittadina si chiama Oswiecim, un nome troppo difficile da pronunciare per i tedeschi. 
Qui arrivava il treno e qui venivano sterminati gli ebrei. Oggi non c'è nessun forno crematorio visibile a Birkenau, perché è stata la prima cosa che i nazisti hanno pensato di far sparire. Ne rimane solo uno, che era stato costruito inizialmente come provvisorio, ad Auschwitz I, ed è l'unico attualmente esistente nel campo. 

Esisteva anche un campo numero III, quello di Monowitz (Auschwitz III), dove era presente l'impianto chimico di Buna Werke, la più grande fabbrica chimica dell'epoca. Primo Levi, conosciuto ai più come scrittore, era in realtà un chimico. La sua laurea gli regalò la salvezza, perché gli permise di essere assunto in questa fabbrica e di risiedere nel campo forse meno drammatico dei tre.
Oggi Auschwitz III non esiste più.

Il Giorno della Memoria

Il 27 gennaio è ufficialmente il Giorno della Memoria. Una ricorrenza, una commemorazione, un ricordo della liberazione di Oswiecim, nota comunemente come Auschwitz
L'orrore e la disperazione che molti di noi hanno soltanto letto nei libri e pochissimi hanno vissuto, hanno visto, hanno sofferto. E che non si riesce a riprovare laggiù, ad Auschwitz, appunto. Un campo, due, tre, un ammasso di edifici tutti uguali, baraccopoli con brande di tavole di legno, distese lunghissime di erba verdissima, filo spinato ad alta tensione e il famoso binario, con una corona di fiori sempre presente e che tutti fotografano.
Arrivare ad Auschwitz è indescrivibile. Sembra di tornare indietro nel tempo in un angolo di mondo mai esistito, o di cui hai letto nelle favole, e che non riesci proprio a credere che esista davvero, che qualcosa sia sopravvissuto. La pioggia che mi ha bagnata tutto il giorno, i capelli avvolti nell'impermeabile, la guida polacca che parlava nel microfono che dovevamo tenere in mano per sentirla, qualche turista che faceva il simpaticone, l'affollamento alle biglietterie, alle botteghe per gli ombrelli, il cambio degli zloty, i bagni arredati a tema, e la tristezza. L'aria di Auschwitz è indimenticabile. Ti si imprime nelle ossa, come l'umidità della pianura padana. Ti entra dentro e non se ne va più e la respiri tutta, la puoi portare a casa con te, e gli occhi non riescono a parlare, a dire nulla se non guardare senza capire come possa essere esistita una tragedia simile. 
Camminare attraverso i blocchi, uno, due, tre, dieci, venti, ascoltando le frasi di Primo Levi nella audioguida, cercando di trovare raccoglimento tra mille foto e gruppi di turisti che seguono tutti la propria guida, e arrivare al blocco 11 e poi tornare indietro perché "c'è troppa gente", e poi rifare la stessa strada, e qui è successo quello, e qui è successo quell'altro, ma sbrighiamoci perché il tempo è poco, andiamo ci sono tante cose da vedere.
Spettatori perduti di un immagine turistica inimmaginabile, ad Auschwitz. Si fa amicizia e ci si perde dietro a lacrime che fanno sperare che l'uomo cambi ancora. Tutti diventano più buoni. Gente che ti paga il biglietto, che ti offre il panino, che ti regala le monete per andare al bagno, e casette di souvenir che ti vendono le classiche bibite e i panini da passeggio. 
La guida è necessaria, ma prendetevi anche qualche ora senza. Per assaporare di più ciò che state guardando, magari quando la giornata volge verso il tramonto, la gente comincia ad andarsene, gli autobus scarseggiano, i simpaticoni spariscono dalla circolazione. E rimani tu, solo tu, a guardare, a vedere, finalmente. Basta chiudere gli occhi, e toccare, tutto quello che si può. Capire non si riesce, non si può. Partire senza sapere nulla non ha senso, ma sapere è doloroso, poi, quando si cammina tra macerie di corpi ormai polverizzati e scomparsi. 
E così sono le tristezze di chi mangiava una minestra di segatura, di chi entrava e moriva mediamente in 3 mesi se era una donna, in 6 se era un uomo, di chi sperava in un trasferimento e perdeva tutti i suoi beni, delle giovani donne con bambini che non avrebbero mai visto neanche le baraccopoli, le latrine, i forni crematori, gli uffici nazisti, le tombe, i fiori, il bagno pubblico del blocco 18 che mi ha ricordato tantissimo quelli dei nostri autogrill italiani.
E naturalmente i binari, il treno, e Birkenau. La vera Auschwitz, la tragedia sconfinata in ogni passo, in ogni metro che si attraversa, in ogni erba che si calpesta, in ogni lacrima che il cuore vorrebbe versare e che non scende, perché noi non c'eravamo. Per fortuna.
Ricordare per non dimenticare. Dimenticare per non soffrire. E scrivere, tutto ciò che si può, che possa essere lasciato per chi arriverà dopo.

Danzando ad Auschwitz

Devo ammettere che, pensando alla Polonia e alle visite dei campi di concentramento, i miei sentimenti barcollano tra l'emozione e l'orrore. Quando si pensa a un campo di concentramento in particolar modo, si passa con il cervello per Auschwitz. Per forza. Siamo intrisi di ricordi televisivi, canzoni, citazioni, immagini inimmaginabili. Ad Auschwitz (o meglio, Oswiecim, in polacco) i nazisti stabilirono il più grande campo di concentramento e di sterminio del regime. La visita si svolge in due campi, che distano pochi chilometri l'uno dall'altro: Auschwitz I e Auschwitz II (conosciuto come Birkenau, o meglio, Brzezinka in polacco). Dai tanti video presenti su youtube o da non so quanti documenti on line, potrete già farvi un'idea di cosa andrete a vedere, come me la sono fatta io. Ho un po' paura, ho un po' di lacrime addosso. Qui, credo ci si possa sentire come sospesi e morti allo stesso tempo. Qui, forse, si riesce ancora a sentire la carezza della beltà della vita, della nostra vita, che abbiamo la fortuna di vivere così.
La mia generazione non ha conosciuto guerre (fin'ora), ma neanche quella dei miei genitori. Ma la guerra ha lasciato tracce negli animi e nell'educazione di tutti i nostri nonni (e, per qualcuno, padri). Saremmo stati più liberi e forse meno traumatizzati in tutti i nostri comportamenti? La libertà è una delle cose che rendono degna la vita. Il lavoro rende liberi, ha detto qualcuno. Lasciamo all'aria queste parole e consoliamoci, come qualcuno ha deciso di fare quest'estate, per il suo compleanno. Un sopravvissuto di Auschwitz che, dopo 65 anni, all'età di 89 anni, racconta la sua storia e ritorna in quel campo che lo ha fatto morire e poi rinascere. Un uomo anziano, intriso di sofferenza e di ricordi, che decide di girare un video ballerino, insieme alla figlia e ai nipoti, sulle note di "I will survive" di Gloria Gaynor
Il grande cimitero di Auschwitz riprende vita? Molte sono le critiche e molti i compiacimenti. Un luogo di dolore, dove non si può ballare. Dove non si può cantare. Che va rispettato e idolatrato, in silenzio. Ma la musica, cosa può fare la musica, se non ridare vita a un luogo ormai ucciso dal tempo? 
Strano, diverso, inusuale. Il campo di concentramento di Auschwitz sorride. D'altronde, non abbiamo sorriso anche noi (seppur amaramente), nel film "la vita è bella" di Benigni? Il video lo trovate in questo articolo del corriere, guardatelo! Forse vedrete un luogo diverso, diverso da quello che avete visto fin'ora. E forse, lo vedrò anch'io. E ricordate, il nazismo e il comunismo sono illegali in Polonia. Come il fascismo lo è in Italia. 



Se siete interessati alla visita al campo, potrete trovare utili i seguenti link:


http://auschwitz.altervista.org/portal/ 
http://www.auschwitz.org.pl/ 
http://www.auschwitz.dk/auschwitz.htm 
http://www.olokaustos.org/geo/index.htm


Nota: l'ingresso ad Auschwitz I e II è gratuito. E' possibile però fare un'offerta libera per aiutare la fondazione.

Nota